L’architettura poetica, una “sveglia” per la città sonnolenta

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Pubblicato in: Primopiano, Italia
Di Vito Schiraldi
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L’opininione dell arch. Gianfranco Spada, attivo da anni in Spagna, per uno sviluppo creativo del nostro patrimonio culturale

Se l’architettura guarda al futuro è merito anche dei bitontini. Gianfranco Spada è un giovane concittadino che, senza mai dimenticare le sue radici, ha ideato in Spagna un nuovo modo di intendere e fare architettura, una vera e propria filosofia di vita.
Molti, in città, già lo conoscono per l’impegno volto alla conoscenza e valorizzazione delle opere di Tommaso Traetta: sua, infatti, è l’idea di un forum su internet dedicato al compositore bitontino, che riceve ogni giorno numerose visite ed è sede di un costruttivo dibattito.
Nato a Bitonto nel 1972, Gianfranco ha studiato architettura all’Università di Venezia, prima di trasferirsi a Bruxelles, con una borsa di studio dell’Università La Cambre.
Dopo la laurea 1999, si stabilisce a Barcellona: qui lavora con gli architetti Roldán e Berenguer (R+B) e successivamente con il famoso architetto José Bosch Aymerich. Nascono così numerosi progetti di case, hotel, centri commerciali e stazioni sciistiche. Nel 2000 fonda a Valencia, l’associazione “Arquites” (ARQUitectos ITalianos en España), acronimo che è un omaggio ad Arquites di Taranto, matematico e filosofo pitagorico, uno dei primi architetti italiani della storia, celebre per la frase “L’armonia conduce la geometria verso l’architettura”.

L’associazione nasce per riscoprire l’eredità che gli architetti di origine italiana hanno lasciato in terra spagnola, dall’antichità sino ai nostri giorni, e promuovere il dibattito tra le due culture, l’italiana e la spagnola, che in più punti provengono da una storia comune.
Nel 2002 Gianfranco Spada, consolida, sempre a Valencia, lo studio “Atelier27” che condivide dallo scorso anno con l’architetto Salvador Royo. La sua originalità nasce dall’intima convinzione che l’architettura è una sorta di sostanza alchemica, che agisce da collante tra l’umanità e la natura; qualcosa che provoca un impatto nell’anima di chi la vive. Così, le sue realizzazioni sono l’emblema del perfetto connubio che si crea quando architettura, arte, luce e semplicità di disegno si fondono all’unisono.
Tanti i suoi progetti, recensiti su riviste e pubblicazioni nazionali ed internazionali: dalla casa per il fotografo Manuel Artero, a Valencia, ad una zona residenziale nei Pirenei catalani al restauro dell’Opera di Lille in Francia. Progetti in cui si fondono l’eredità moderna della “scuola veneziana” e il rigore pragmatico della tradizione catalana.
A Gianfranco Spada, tornato in città per una breve vacanza, abbiamo rivolto alcune domande sul suo lavoro.

Come procede la tua attività in Spagna?
La Spagna è un paese con una storia di civilizzazioni antica come la nostra. Ma si può definire un paese giovane, grazie alla volontà degli spagnoli di intraprendere un nuovo cammino dopo la tragica esperienza della dittatura franchista. Spagna ed Italia nei secoli sono state spesso teatri di vicende simili, e sopratutto il nostro meridione ha con quel paese un legame indissolubile. Ma l’impressione è che qui, in Italia, si respiri un’aria più antiquata. Ho la sensazione che noi italiani siamo schiacciati dal peso della storia che si è materializzata nelle nostre città mentre gli spagnoli vedono la storia e le proprie città come un “campo di battaglia” dove scrivere ogni giorno nuove pagine di sviluppo urbano e sociale. Tra qualche anno, quanti si occupano di città e architettura nel nostro Paese, sopratutto del meridione, troveranno un grande vuoto concettuale, a cui non sapranno dare risposta. In Spagna, e per esempio a Valencia, gli studiosi, e quindi le generazioni future, avranno molte e maggiori informazioni sul nostro tempo, sulle nostre aspirazioni e su quello che come società, attraverso l’architettura si è ricercato e realizzato. Non una storia come peso, dunque, ma un’opportunità da approfondire giorno dopo giorno.

Qual è l’intuizione alla base della tua attività professionale?
L’architettura da sempre, e soprattutto oggi, non è solo una mera questione costruttiva: essere architetti oggi significa muoversi costantemente in un mondo dove le idee sono molto più importanti della tecnica. E se quelle idee trasmettono poi un sentimento poetico, uno stare in relazione con la naturalezza del mondo, nessuna tecnica potrà superarle. Se proprio devo dare una definizione del mio lavoro potrei dire che si tratta di architettura poetica, di una ricerca che smuove le relazioni prestabilite tra l’uomo e ciò che gli sta intorno, affinché sia colto da un sentimento poetico, lo stesso sentimento che ci pervade quando siamo di fronte a un’opera d’arte, in qualsiasi forma essa si manifesti.
Da dove nasce questa spinta verso nuove sintesi formali?
In realtà si tratta per me di una necessità, o forse della mia quotidianità. “Siamo quello che mangiamo” diceva Giorge Osawa, inventando la macrobiotica, ed io, ti posso dire, che mangio molta di quell’arte, di quella poesia, di quel modo di tracciare su una tela o su un affresco la linea sottile che separa la volgarità dall’eccellenza.

Vuoi spiegarci meglio?
Credo che la necessità creativa sia innata negli uomini, così come il senso dell’arte. Un bambino nasce cieco, vede solo ombre distorte e nei primi anni di vita impara a guardare, scopre il mondo, crea il suo universo e poi passa il resto della sua vita nel ritmo delle abitudini e delle consuetudini che ci fanno chiudere gli occhi e ci rendono incapaci di osservare. La mia passione deriva dal non voler chiudere gli occhi e continuare giorno dopo giorno, ad osservare, a guardarmi attorno per capire dove siamo e cosa vogliamo, come farebbe un bambino, il bambino che è in noi.

Qual è il progetto a cui sei più affezionato?
Un progetto accademico che, purtroppo, non è mai stato realizzato: un museo della scienza per Trieste, un esperimento volumetrico, una ricerca sulla semplicità delle forme che racchiudono e nascondono un’articolata complessità. La complessità che si veste di semplicità, un tentativo di mettere ordine nel caos, metafora di questa nostra modernità.

Hai mai pensato di lavorare per Bitonto o a Bitonto?
Ritengo sia difficile lavorare qui. Il mio lavoro può essere solo frutto di un incontro tra volontà e consapevolezza delle proprie aspirazioni, da una parte, e la mia visione particolare di concepire l’architettura, dall’altra. A Bitonto non mancano certamente architetti di rilievo, ma manca la reale consapevolezza che l’architettura non è solo una semplice questione costruttiva. Ci siamo impegnati per anni ad associare Bitonto all’olio, quell’olio che poi ha invischiato la nostra città, la nostra economia, la nostra cultura. Per anni abbiamo puntato solo sul suo valore commerciale dimenticando i valori immateriali molto più importanti nell’era della globalizzazione dell’informazione. Abbiamo venduto la materialità della nostra cattedrale e non ci siamo preoccupati del valore intangibile dell’educazione della gente che vive affianco e dentro i nostri monumenti. Oggi abbiamo la possibilità di cambiare questo modo di vedere le cose e possiamo dare alla città il posto che veramente merita nel panorama artistico e culturale internazionale. Ho la sensazione che, per usare un linguaggio informatico, Bitonto più che un problema di hardware abbia un problema di software. Questa città ha bisogno di un nuovo sistema operativo che utilizzi al massimo le risorse di cui dispone da sempre, piuttosto che cercare di creare nuovo hardware inutile e costoso.

Quali sono le iniziative di cui ti stai occupando?
Sto terminando una serie di quadri per una mostra monografica di pittura, dove indago sulla relazione in architettura tra la realtà e l’astrazione. Mostra che si terrà in Spagna e che spero di portare anche in Italia e, magari, nella mia città.

Bitonto rientrerà in altri tuoi progetti?
Anche se non direttamente relazionate con la mia professione, per Bitonto si possono costruire anche cose immateriali, come il mio progetto di riscoperta a livello internazionale del nostro celebre compositore, Tommaso Traetta, che da alcuni anni porto avanti con il sito www.traetta.com, che ha riscosso un enorme successo di critica e di visitatori (più di 50.000 contatti). Tornando alla tua domanda, mi piacerebbe realizzerei un museo dedicato a Traetta, o più semplicemente una mostra sul musicista che sarei in grado di riempire da solo con il materiale in mio possesso.